La vita non è tutta giornate al mare e pensieri leggeri. A volte somiglia alle montagne russe di Linnanmäki: una discesa a precipizio, una curva improvvisa, l’euforia e la paura di perdere il controllo che si confondono. E adesso immagina di essere arrivato in cima e di sentire una parola: CANCRO. Per un adolescente, le certezze possono crollare in un istante, come se il vagone puntasse dritto verso terra.

Come si fa a ritrovare un po’ di stabilità? A fidarsi ancora di sé, a capire che cosa sta succedendo, a trovare le forze per continuare ad andare a scuola, vedere gli amici, innamorarsi e fare progetti? Sono Irina Pavlova, psicologa, e vorrei parlarne con te.

A tratti mi rivolgerò proprio a te. Immagina di essere seduto su un divano comodo, con la tua bevanda preferita accanto. Siamo in un posto tranquillo. Ti racconto quello che ho imparato nel mio lavoro e proviamo insieme a dare un nome a ciò che senti.

Parleremo anche di come prenderti cura di te e ridurre alcuni rischi conosciuti, senza trasformare la paura della malattia nel centro della tua vita.

Cominciamo.

Quando la diagnosi cambia tutto

Il cancro può irrompere nella tua vita oppure in quella di una persona a cui vuoi bene. Spesso arriva senza preavviso, senza chiedere permesso.

È una parola capace di gelare una stanza.

Può bastare una diagnosi pronunciata da un medico perché il mondo si divida in due: prima e dopo.

Fino a ieri c’erano la scuola, gli amici, una verifica, la cotta per qualcuno di un’altra classe, un litigio con i genitori, i progetti per l’estate, il ballo di fine anno, il telefono nuovo, una felpa alla moda, un brufolo sul naso e quell’insopportabile insegnante di geografia. Poi arriva una parola che fa sembrare minuscolo tutto il resto.

Forse la diagnosi riguarda te. O tua madre, tuo padre, un fratello, una sorella, un amico. Magari scopri che un nonno, una zia o un altro parente ha avuto un tumore, e ti assale una paura diversa: «E se il prossimo fossi io?».

Poi arrivano le domande che forse non osi fare ad alta voce. Lo shock può essere così grande che non riesci nemmeno a formularle:

  • Perché è successo?
  • Si poteva evitare?
  • Potrei morire?
  • La persona che si è ammalata potrebbe morire?
  • È ereditario?
  • E se fossi io a preoccuparmi troppo?
  • E se in passato avessi desiderato che le succedesse qualcosa di brutto?
  • Perché voglio bene al mio familiare malato e allo stesso tempo provo rabbia nei suoi confronti?
  • Perché ho ancora voglia di uscire e ridere mentre a casa qualcuno soffre? E perché me ne vergogno?
  • Ho ancora il diritto di vivere la mia vita?

Partiamo da ciò che conta di più.

Il cancro non è una punizione per i pensieri «sbagliati»

Non si può spiegare un tumore con una sola causa psicologica. Di solito entrano in gioco fattori biologici, ereditarietà, alterazioni casuali delle cellule e condizioni ambientali. Per alcuni tipi di cancro hanno un ruolo anche lo stile di vita e le infezioni. Non è invece dimostrato che paure, risentimenti o conflitti interiori irrisolti siano, di per sé, cause del cancro.

Non ci sono basi scientifiche per dire che una persona si sia ammalata perché «non ha saputo perdonare», «ha represso la rabbia», «non si è voluta bene», ha divorziato, ha litigato con i genitori o non ha pensato in modo abbastanza positivo.

Una spiegazione del genere può sembrare convincente: ci illude di riprendere il controllo. Se trovassi la causa emotiva della malattia, forse potrei impedire che accada di nuovo.

Ma quell’illusione porta con sé una domanda terribile: allora la persona malata se l’è provocata da sola?

Per un adolescente, questa idea può fare molto male.

Stai ancora imparando a distinguere ciò di cui sei responsabile da ciò che spetta agli adulti e da quello che nessuno può controllare. Se un genitore si ammala, potresti pensare: la mamma ha scoperto di avere un tumore dopo quel litigio terribile tra noi. Oppure: quante volte mi sono arrabbiato con mio fratello. E ora ha il cancro.

No.

I tuoi pensieri non provocano un tumore in un’altra persona.

La tua rabbia non causa il cancro.

Un litigio non è una formula magica capace di provocare un tumore.

Lo stress cronico può influire sul sonno, sulle risposte ormonali, sul sistema immunitario, sui comportamenti e sulla salute in generale. Questo, però, non autorizza l’equazione «stress = cancro».

Il cancro comprende un gruppo complesso di malattie legate ad alterazioni cellulari. Il rischio può essere influenzato da ereditarietà, infezioni, sostanze cancerogene, stile di vita, ambiente, cambiamenti cellulari casuali e molti altri fattori. A volte la medicina riesce a spiegare abbastanza bene i fattori di rischio. Altre volte non c’è una risposta precisa alla domanda: «Perché proprio questa persona?».

È difficile accettare di non avere una risposta. Spesso preferiamo perfino una spiegazione spaventosa al vuoto dell’incertezza. Ma è meglio non sapere perché qualcuno si è ammalato che aggrapparsi a una storia falsa che gli attribuisce la colpa.

E allora, che c’entra la psicosomatica?

Parlare di psicosomatica non significa necessariamente dire: «Ti sei ammalato perché hai vissuto nel modo sbagliato». Qui mi interessa il rapporto tra emozioni e benessere, non l’idea che la mente provochi il cancro.

Una domanda più utile sarebbe: che cosa mi sta succedendo, nella mente, nel corpo, nella vita? O, più semplicemente: CHE COSA SENTO NEL CORPO? Dove avverto la tensione? Che cosa provo, esattamente?

Mente e corpo si influenzano continuamente. Mesi di ansia possono cambiare il sonno, l’appetito, le energie e la capacità di concentrarti. Se l’ansia non ti lascia in pace per mesi, non devi affrontarla da solo: può pesare molto sulla vita di ogni giorno.

Il nostro organismo sa reagire a un pericolo improvviso: fuggire da un cane aggressivo, attraversare un fiume a nuoto, tirare fuori un amico da una rissa, difenderci. Un breve aumento di adrenalina, noradrenalina e cortisolo ci prepara ad agire. Ci sentiamo più forti, rapidi, coraggiosi. Anche un pericolo soltanto immaginato può scatenare una vera risposta allo stress, benché intensità e durata cambino secondo la persona e la situazione. A volte basta immaginare un orso per ritrovarsi con il cuore in gola, anche se non c’è nulla da cui scappare.

Ma se vivi costantemente in quello stato d’allarme, il cervello finisce per organizzare le tue reazioni attorno a un orso immaginario che sembra inseguirti senza tregua. E dal quale, proprio perché non esiste, non puoi fuggire.

Per esempio:

  • La paura può spingere qualcuno a evitare del tutto i medici.
  • Oppure può avere l’effetto opposto: controllare ogni neo e linfonodo, fare esami di continuo e correre dal medico per ogni sensazione insolita o minimo scricchiolio.

Reprimere i sentimenti non provoca tumori. Può però rendere più faticoso affrontare ciò che stai vivendo, giorno dopo giorno.

Ecco a che cosa può servire il sostegno psicologico quando una persona incontra il cancro: non a scovare un’emozione «colpevole», ma ad aiutarla a restare partecipe della propria vita anche mentre affronta la malattia.

La differenza è tutta qui.

Prova a lasciare da parte una domanda: «Quale conflitto interiore mi ha fatto venire il cancro?».

Al suo posto puoi chiederti: che cosa mi sta succedendo adesso? Di che cosa ho paura? Che cosa mi fa arrabbiare? Che cosa cerco di controllare? Che cosa non riesco a dire? Di che cosa ho bisogno, soprattutto? Come posso aiutarmi ad attraversare questo momento?

E se il cancro fosse stato diagnosticato proprio a te?

L’adolescenza è anche il tempo in cui, un passo alla volta, conquisti il diritto di decidere della tua vita. Vuoi scegliere come vestirti, chi frequentare, dove andare, chi amare e che cosa fare.

Poi arriva la malattia e interrompe tutto. I medici prescrivono esami. I genitori parlano delle cure, sono nervosi, forse terrorizzati, oppure si chiudono nelle proprie emozioni. Devi prendere farmaci. Le abitudini cambiano. A volte cambia anche il tuo aspetto: perdita dei capelli, sfoghi cutanei, gonfiori, variazioni di peso. Possono arrivare debolezza, nausea, dolore e difficoltà a fare cose che prima ti riuscivano senza pensarci.

Proprio quando vorresti gridare «Adesso decido io!», la tua vita si riempie dei «Devi» degli altri.

Può sembrarti perfino di non essere più padrone del tuo corpo. Se sei arrabbiato con te stesso e con il mondo, è comprensibile. Hai il diritto di provare quella rabbia.

Puoi arrabbiarti con i medici, con i genitori, con i compagni sani, con il tuo corpo, con Dio o con il destino. Con chi si lamenta per una verifica mentre tu devi affrontare l’ennesimo appuntamento in ospedale. Puoi provare invidia, paura, stanchezza, oppure non sopportare più di parlare di cancro.

Nessuno di questi sentimenti fa di te un cattivo paziente o una cattiva persona. Non significa che ti stai impegnando troppo poco per guarire.

Non devi essere un eroe

Quando si parla di cancro, ricorre spesso il linguaggio della battaglia: «Sei forte», «Devi vincere», «Conta soprattutto l’atteggiamento», «Non cedere». Ma quello che sembra un incoraggiamento può diventare un peso.

Agli altri sembrerà di sostenerti; tu potresti sentirti ordinare: non devo avere paura. Non posso essere stanco. E se le cure non funzionano, sarà perché non ho lottato abbastanza.

Credimi: la malattia non è un esame di carattere. Puoi desiderare con tutte le tue forze di vivere ed essere terrorizzato. Puoi credere nelle cure e piangere. Oggi sentirti pronto a lottare, domani odiare il mondo intero. Non hai il dovere di affrontare una malattia grave con il sorriso, per rassicurare gli altri.

La paura di morire

Spesso gli adulti hanno paura di parlare della morte. Nel mio studio mi è capitato di incontrare persone di sessant’anni, con quattro nipoti e una lunga vita alle spalle, ancora spaventate all’idea di parlarne.

Forse gli adulti pensano che nominare la morte spaventerà ancora di più un ragazzo.

Ma sono certa che tu ci abbia già pensato. Forse decine, forse centinaia di volte. Il silenzio degli adulti non cancella quella paura: ti lascia soltanto ad affrontarla da solo.

Per questo, agli adulti che leggono: se un adolescente chiede «Morirò?», cercate di non rispondere d’istinto: «Ma cosa dici? Certo che no!».

Potete dire invece: «Capisco perché hai paura. Chiediamo al medico che cosa sappiamo oggi della tua malattia e delle cure. Io sono qui e possiamo parlarne».

È una risposta più onesta di una promessa che nessuno può mantenere con certezza.

«Il mio corpo mi ha tradito»

Il cancro può cambiare anche il rapporto con il tuo corpo. Cominci a vederlo come un nemico. Lo esaminano, lo pungono, lo operano. Compaiono cicatrici. L’aspetto cambia. A volte cambiano perfino l’odore e le sensazioni che provi.

Per un adolescente che è già molto sensibile al proprio aspetto, può essere particolarmente doloroso.

Ma non serve chiedere al corpo «Perché mi hai fatto questo?». Non è colpa sua: non ti ha tradito. A volte le cellule commettono errori che l’organismo non riesce a correggere. Il corpo è vulnerabile, come lo è la vita. Errori, guasti, momenti imbarazzanti e fallimenti ne fanno parte. Puoi lasciare che questi episodi occupino tutto lo spazio, oppure raccoglierli in un libro intitolato LA MIA ESPERIENZA DI VITA e andare avanti.

La sfida, un po’ alla volta, è smettere di combattere contro il tuo corpo e tornare a vivere la vita che hai. Forse sarà diversa da prima, forse per ora sarà faticosa. Ma è ancora la tua.

Non devi per forza amare ogni cicatrice. Per ora può bastare pensare: il mio corpo sta attraversando cure molto difficili. Non è il mio nemico.

Se ad ammalarsi è tua madre o tuo padre

Quando un genitore si ammala, può sgretolarsi una delle certezze dell’infanzia: gli adulti sono forti, sanno cosa fare, mi proteggeranno.

D’un tratto vedi tua madre o tuo padre spaventati, sfiniti, a volte anche fisicamente fragili. Quasi irriconoscibili rispetto a come li conoscevi. Può lasciarti senza parole.

E senza che nessuno lo decida, in casa i ruoli cominciano a cambiare. Ti comporti da adulto prima del tempo. Non vuoi preoccupare la mamma con i tuoi problemi. Aiuti in casa, ti occupi dei più piccoli, ascolti le conversazioni dei grandi, cerchi di sostenere papà. Non chiedi più soldi, non racconti ciò che ti pesa, non dici che anche tu hai paura. Nel tentativo di proteggere gli adulti, rischi di perdere il tuo posto di figlio.

Poco alla volta prende forma una regola silenziosa: adesso non c’è spazio per me. È una delle esperienze più dolorose per un figlio che vive in una famiglia colpita da una malattia grave.

Certo, la famiglia può aver bisogno del tuo aiuto. Ma dare una mano non significa diventare un altro adulto. Hai ancora diritto alla scuola, agli amici, agli appuntamenti, alla musica, ai giochi, allo sport, alle risate, alla rabbia, alle tue preoccupazioni e persino a qualche sciocchezza.

La malattia di un genitore non cancella il tuo diritto di crescere.

Come faccio a ridere se la mamma sta male?

Potresti sentirti in colpa perfino quando sei felice. È un sentimento che, per certi aspetti, somiglia alla colpa di chi sopravvive.

Dentro di te continui a dividere il mondo in due: lei sta male e io mi diverto. Come posso? Lei soffre!

E senza quasi accorgertene arrivi a una conclusione: allora devo stare male anch’io.

Così annulli i programmi, smetti di ridere, rifiuti gli inviti e ti senti in colpa dopo una bella giornata. Finisci per toglierti proprio ciò che potrebbe sostenerti e alleggerire un po’ la tensione: le risate, le conversazioni, l’affetto e la compagnia degli altri.

Ma la tua sofferenza non è una medicina che puoi dare a un’altra persona.

Se la mamma fa chemioterapia, rinunciare a una festa di compleanno non ne ridurrà gli effetti collaterali. Se papà si riprende da un intervento, prendere un bel voto, uscire con qualcuno, giocare a calcio o passare una serata con gli amici non è un tradimento.

A volte, la cosa più sana che puoi fare è continuare a vivere.

Se è tuo fratello o tua sorella ad avere il cancro

Qui i sentimenti possono mescolarsi ancora di più. Puoi voler bene a tuo fratello e odiare che ormai tutto ruoti intorno a lui.

Puoi avere una paura tremenda che tua sorella muoia e, nello stesso tempo, arrabbiarti perché i tuoi genitori annullano ancora una volta i tuoi programmi per lei.

Puoi provare compassione per tuo fratello o tua sorella e invidiare i regali e le attenzioni che ricevono.

Questo non fa di te una persona orribile.

Si chiama ambivalenza: provare sentimenti opposti verso la stessa persona o la stessa situazione, nello stesso momento.

L’amore non cancella l’irritazione.

La paura non cancella la gelosia.

La compassione non cancella la rabbia.

Gli studi e le indicazioni cliniche rivolte alle famiglie in cui un bambino ha un tumore riconoscono che anche i fratelli e le sorelle possono provare paura, tristezza, ansia, gelosia e senso di colpa. Anche chi non è malato ha bisogno di sostegno.

Se ad ammalarsi è un amico

Nella mia pratica vedo spesso un errore: cominciare a guardare una persona attraverso la sua diagnosi, anziché vedere ancora la persona.

Prima parlavate di videogiochi, musica, scuola, relazioni, meme e progetti per l’estate. Dopo la diagnosi, ogni conversazione rischia di diventare un interrogatorio medico: come sono andati gli esami? Che cosa ha detto il medico? Come ti senti? Quando sarà la prossima terapia? A poco a poco, il tuo amico scompare dietro il paziente e al suo posto restano referti e appuntamenti.

Puoi provare a chiedergli: «Oggi ti va di parlare della malattia o preferisci pensare ad altro?».

Potete parlare delle cure. Oppure litigare per dieci minuti su un film, stare insieme in silenzio, mandarvi meme assurdi, giocare online, raccontarvi i pettegolezzi di scuola. Un’amicizia non deve diventare un’altra visita medica.

Forse il tuo amico ha bisogno soprattutto di sentire una cosa diventata rara: con te posso ancora essere me stesso.

Che cosa è meglio non dire a chi ha il cancro?

Fermiamoci un momento. Siamo vulnerabili anche quando va tutto bene. E frasi come queste:

  • Andrà tutto bene.
  • Devi solo pensare positivo.
  • Sei forte. Ce la farai.
  • Conosco qualcuno che aveva proprio la stessa cosa…
  • Almeno questo tipo di tumore risponde bene alle cure.
  • Non pensare a cose brutte.
  • Non ti devi agitare.

nascono spesso dalle migliori intenzioni, ma possono far sentire chi le ascolta ancora più solo.

Una persona dice «Ho paura». Qualcuno risponde «Non devi averne». Il messaggio che arriva è: smetti di provare quello che provi.

Meglio essere sinceri, con lei e con te stesso: «Sì, fa paura. Non so che cosa dire, ma posso restare qui con te. Preferisci parlarne o distrarti un po’? Di che cosa hai bisogno adesso? Vuoi che ti ascolti e basta?».

Spesso restare accanto a qualcuno, anche in silenzio, vale più di qualsiasi tentativo di tirarlo su.

E se si chiude in se stesso?

Non cercare di sfondare la porta. A volte il silenzio è l’unico modo che una persona sente di avere per mantenere un po’ di controllo. Forse è confusa, impaurita, o non ha ancora capito fino in fondo che cosa è successo.

Puoi dirle: «Vedo che adesso non hai voglia di parlare. Non insisterò. Ma se cambi idea, sono qui».

Poi lasciale davvero spazio. Niente interrogatori, confidenze pretese o rimproveri del tipo «Sto solo cercando di aiutarti!». Un aiuto che si è obbligati ad accettare smette di sembrare un aiuto.

Ci sono però situazioni in cui gli adulti devono intervenire. Se un adolescente parla di suicidio, si fa del male o è in pericolo immediato, serve un aiuto urgente: contatta i servizi di emergenza o un servizio locale per le crisi, senza aspettare una visita programmata. Anche se smette di mangiare o bere, oppure le sue condizioni peggiorano bruscamente, occorre una valutazione medica urgente.

La rabbia: «Perché proprio a me?»

La rabbia è una delle reazioni più naturali quando il cancro entra nella tua vita. Spesso nasce quando ci troviamo davanti a qualcosa su cui non abbiamo potere, a qualsiasi età.

Se possiamo risolvere un problema, agiamo. Quando non possiamo, la voglia di fare qualcosa rimane, ma non sa dove andare. E tornano le domande: perché? Che cosa ho fatto per meritarmelo? È ingiusto! A volte la risposta è semplicemente: sì, è ingiusto.

La malattia non assegna premi e punizioni in base ai meriti. Si ammalano persone buone, mentre a volte persone cattive restano sane. Si ammalano bambini, atleti, persone che «hanno fatto tutto nel modo giusto». Non sempre ciò che accade ha una spiegazione che ci sembri giusta.

A volte crescere, sul piano emotivo, non significa trovare un senso consolatorio a quanto è successo. Significa riuscire a dire: non l’ho scelto. Ma, un passo alla volta, posso scegliere come vivere con questa realtà.

Che cosa fare di tutta questa rabbia?

Ci insegnano a perdonare e a lasciar andare. Facile a dirsi. Puoi essere arrabbiato con il mondo per la sua ingiustizia, con chi si è ammalato, con i medici perché non sono onnipotenti e non possono offrirti una cura meno dolorosa, con tutti quelli che stanno bene. Non c’è niente di strano.

Non devi lasciar andare la rabbia a comando, né perdonare il mondo dall’oggi al domani. Puoi però riconoscerla ed esprimerla senza fare male a te o agli altri: parlarne, scrivere, disegnare, ascoltare musica, ballare al ritmo del rock più duro o muoverti, se le tue condizioni lo permettono. Puoi chiedere aiuto a un amico, uno psicologo, un allenatore o un insegnante e parlare di quello che provi quanto ti serve. Se la rabbia ti travolge, fai una pausa, rallenta il respiro, cerca qualcuno di cui ti fidi. Non è dimostrato che urlare, prendere a pugni un sacco o correre fino allo sfinimento riducano la rabbia in modo affidabile. Se sei in cura per un tumore, concorda prima l’attività fisica con l’équipe medica.

Durante le sedute cito spesso un detto: «Un dolore condiviso è un dolore dimezzato». Raccontare un’emozione intensa può farla sembrare meno ingombrante e lasciare un po’ di spazio alla vita.

Se in questo momento la rabbia, il dolore o l’impotenza ti sommergono, prova a dire ad alta voce: «Odio che sia successo». Ripetilo, se ne senti il bisogno. Poi ascolta che cosa accade nel tuo corpo e dentro di te.

La paura dell’ereditarietà: «Se qualcuno in famiglia ha avuto il cancro, succederà anche a me?»

No. Avere un parente che ha avuto il cancro non significa che ti ammalerai sicuramente. La storia familiare può essere importante, ma «in famiglia c’è stato un tumore» non equivale a «lo avrò anch’io».

La maggior parte dei tumori pediatrici non si spiega con semplici meccanismi ereditari. Esistono però alcune sindromi genetiche ereditarie che aumentano il rischio di tumori specifici.

Invece di cercare risposte all’infinito su internet, prova a ricostruire la storia sanitaria della tua famiglia. Chi ha avuto un tumore? Di quale tipo? A che età? Ci sono più parenti con tumori simili? Qualcuno si è ammalato molto giovane?

Poi, se necessario, parlane con un medico o uno specialista in genetica medica. Il rischio genetico è una questione medica, non qualcosa da indovinare da soli. A volte una consulenza genetica e test scelti con attenzione aiutano a chiarire il quadro, anche se un risultato negativo non esclude sempre un rischio ereditario.

Quando la paura del cancro diventa ansia per la salute

Dopo la malattia di una persona cara, potresti cominciare a controllare il tuo corpo di continuo. Che cos’è quel nodulo? Perché ho mal di testa? Quel linfonodo è sempre stato così? E quel neo è davvero normale?

A quel punto il tuo assistente di IA preferito, oppure l’onnisciente Google, ti serve una dozzina di possibilità terrificanti. L’ansia schizza alle stelle. Ti tremano le mani. Ti controlli di nuovo, ascolti ogni minimo segnale e ti spaventi ancora di più. STOP.

Inspira. Poi espira lentamente. Ancora una volta: un luuungo respiro, e un’espirazione leeeenta.

È facile restare prigionieri del circolo dell’autodiagnosi ansiosa. Più controlli, più trovi motivi per preoccuparti. Paradossalmente, i controlli continui spesso alimentano l’ansia per la salute invece di calmarla.

Una strada migliore è raccontare quello che succede a un adulto di cui ti fidi e rivolgerti a un medico se hai un sintomo che ti preoccupa davvero, anche quando hai paura.

Poi segui le indicazioni ricevute, anziché controllarti e cercare diagnosi da solo ventiquattr’ore su ventiquattro.

Come prevenire il cancro senza vivere nella paura

C’è un fatto da accettare: nessuno può azzerare il rischio di ammalarsi di cancro.

Alcuni rischi conosciuti, però, si possono ridurre. Non fumare e non usare tabacco. Non cominciare a bere alcolici; se già bevi, chiedi aiuto a un professionista per smettere. Fai movimento, mangia in modo equilibrato, proteggi la pelle dall’eccesso di raggi UV ed evita i lettini abbronzanti. Se hai sintomi persistenti o insoliti che ti preoccupano, parlane con un medico. E cerca di conoscere le informazioni importanti sulla salute della tua famiglia. Ma non perdere la curiosità: crea, viaggia, incontra gli amici, fai domande, scopri cose nuove. Continua ad appassionarti alla vita.

C’è un altro aspetto che rischiamo di dimenticare: prendersi cura di sé non deve diventare un’ossessione per il controllo. Puoi mangiare bene, fare sport, sottoporti agli esami consigliati e trascorrere comunque ogni giorno nel terrore di ammalarti.

A quel punto, invece di vivere, passi il tempo a cercare di tenere lontana la morte.

Eppure la vita è fatta per essere vissuta: può essere interessante, difficile, incomprensibile, divertente. La salute conta, ma contano anche la leggerezza, la curiosità e tutto ciò che non è governato dalla paura.

Prendersi cura della mente non significa prevenire il cancro

Chiamiamo le cose con il loro nome. La psicoterapia non può prometterti che non avrai mai un tumore. Aver elaborato un rancore non è una protezione contro il cancro. Ma prenderti cura della tua salute psicologica può aiutarti a prenderti cura di te.

Per esempio, può aiutarti a:

  • accorgerti di essere esausto,
  • chiedere aiuto,
  • non usare alcol o nicotina per affrontare emozioni difficili,
  • dormire a sufficienza,
  • coltivare le relazioni,
  • non passare anni a trattarti con una crudeltà incessante,
  • riconoscere i tuoi limiti,
  • convivere con l’incertezza,
  • presentarti alle visite mediche necessarie, invece di evitarle per paura.

È qui che lavorare sui conflitti interiori può avere un valore reale.

Quali conflitti interiori vale la pena riconoscere?

I conflitti interiori toccano spesso punti dolorosi della nostra vita. Non causano il cancro, ma possono renderci la vita difficile molto prima che compaia una malattia.

  1. «Devo essere sempre accomodante»: mettere i bisogni degli altri davanti ai tuoi.
  2. «Non posso arrabbiarmi»: credere che la rabbia sia pericolosa o proibita.
  3. «Sono responsabile dell’umore dei miei genitori»: sentirti obbligato a occuparti delle emozioni degli adulti al posto loro.
  4. «Se mi rilasso, succederà qualcosa di brutto»: una convinzione che può portare a una vigilanza continua.
  5. «Devo controllare tutto»: una malattia grave può mostrare dolorosamente quanto sia limitato il nostro controllo.
  6. «Non posso chiedere aiuto»: affrontare ogni difficoltà da solo.
  7. «I miei problemi non sono abbastanza importanti»: una sensazione che spesso cresce quando in casa qualcuno è gravemente malato.
  8. «Se sono felice mentre qualcun altro soffre, sono una cattiva persona»: toglierti a poco a poco il permesso di vivere.

Vale la pena occuparsene. Non per ottenere una garanzia magica di salute, ma per non ridurre tutta la vita a un faticoso tentativo di arrivare a sera.

Come chiedere aiuto quando sei adolescente

Ti sembra impossibile dire «Ho bisogno di parlare con uno psicologo»? Puoi cominciare da qualcosa di più concreto:

  • Non riesco a smettere di pensare che la mamma morirà.
  • Da quando mio fratello si è ammalato, controllo continuamente il mio corpo.
  • Non riesco a dormire.
  • I miei amici si sono allontanati perché sono sempre arrabbiato.
  • Non sento niente e questo mi spaventa.
  • Non riesco a parlarne con i miei genitori, perché stanno già soffrendo.
  • Ho bisogno di parlare con un adulto senza aver paura di farlo soffrire.

Dire anche una sola di queste frasi è già un modo di chiedere aiuto.

Puoi rivolgerti a un genitore, a un altro familiare, a un medico, allo psicologo dell’ospedale, a quello della scuola o a un adulto di cui ti fidi.

Chiedere aiuto diventa particolarmente importante se paura, ansia o tristezza cominciano a impedirti di dormire, mangiare, studiare, frequentare gli amici o uscire di casa; oppure se inizi a pensare di farti del male.

«Non voglio pesare su nessuno»: che cosa fare?

Una delle trappole più comuni di una malattia grave ha quasi un’aria nobile: tutti cercano di proteggere tutti. La mamma non dice al figlio quanto è spaventata. Papà tace con la mamma perché è esausto. L’adolescente non parla: «Hanno già abbastanza problemi». Il fratello non dice nulla: «Non sono io quello malato». Così cinque persone possono vivere sotto lo stesso tetto e sentirsi tutte sole.

Per questo, in famiglia servono momenti in cui sia possibile parlare. E potresti essere proprio tu a fare il primo passo.

Puoi cominciare con una domanda:

  • Qual è la cosa più difficile per te in questo momento?
  • Di che cosa hai più paura?
  • Preferisci che ti aiuti o che ti ascolti e basta?
  • C’è qualcosa di cui abbiamo smesso di parlare a causa della malattia?
  • Che cosa ci manca della vita di famiglia di prima?

L’ultima domanda è particolarmente preziosa. Può restituire alla famiglia un pezzo di quotidianità e, a volte, offrire anche alla persona malata qualcosa di familiare a cui appoggiarsi.

Ti faccio un esempio.

La casa non deve diventare un reparto d’ospedale

Anche quando qualcuno in famiglia è in cura, in casa dovrebbero esserci momenti in cui il cancro non occupa tutta la scena. Una cena insieme senza parlare ASSOLUTAMENTE della malattia. Due ore davanti a un film, poi quattro chiacchiere tra i cuscini. Un compleanno. Una passeggiata, anche solo di un’ora. Quando è possibile e va bene per tutti, lasciate spazio alle battute, alla musica, ai discorsi di sempre, ai piccoli piaceri. Fate un programma per domani. Raccontatevi che cosa succede in città. Disegnate, costruite qualcosa, cucinate, leggete, scrivetevi lettere e imbucatele in una cassetta della posta fatta in casa.

Tu e chi è malato siete prima di tutto persone: vive, capaci di provare emozioni, dare affetto, sentirsi fragili. Non cancellate la gioia e la curiosità dalle vostre giornate. Non lasciate che la vita diventi soltanto un elenco di diagnosi e procedure. Quando potete, riempitela di risate, del profumo di qualcosa appena sfornato, di regali fatti a mano. Se oggi avete abbastanza energie, trovate un piccolo motivo per festeggiare.

I momenti familiari abituali possono offrire sostegno emotivo a chi è malato, aiutare a sopportare le cure e a fare progetti. Questo, però, non significa che la gioia o l’atteggiamento positivo determinino l’esito del trattamento.

Una persona è molto più della sua diagnosi. Una famiglia è molto più della malattia di uno dei suoi membri.

Come continuare a vivere dopo aver incontrato il cancro?

Nel mio lavoro incontro persone che reagiscono in due modi opposti. C’è chi dice: «Adesso so che niente ha più senso». E chi pensa: «Da oggi devo vivere ogni secondo nel modo giusto».

Lo dico subito: entrambe le reazioni possono diventare una trappola.

Non devi scoprire il senso della vita il giorno stesso in cui il cancro entra nel tuo mondo, fare il giro del pianeta o metterti a meditare alle cinque del mattino. A volte basta una domanda più semplice: se la vita ha un limite, che cosa conta PER ME, oggi?

  • Non per l’umanità intera: per me.
  • Con chi desidero stare?
  • Che cosa mi interessa?
  • Come voglio prendermi cura del mio corpo?
  • Che tipo di relazioni voglio costruire?
  • Che cosa sopporto soltanto perché ho paura di cambiare qualcosa?
  • Quando sto vivendo la vita che qualcun altro ha scelto per me?
  • Che cosa vorrei dire da tanto tempo?
  • Che cosa vorrei provare?
  • Che cosa vorrei smettere di fare?

Il cancro ci mette davanti al fatto che la vita ha una fine. Questo non significa dover vivere nella paura continua. Può invece spingerci a essere un po’ più presenti nella vita che abbiamo.

Nel mio lavoro a volte osservo qualcosa di inatteso: la malattia porta alcune persone a chiedersi con più attenzione come vogliono vivere. Alcuni di quelli che seguo mi hanno raccontato che, solo dopo la diagnosi, hanno cominciato ad ascoltare i propri bisogni e a concedersi una vita più piena e interessante.

La speranza non è una promessa

C’è una parola che vorrei salvare dagli slogan sdolcinati: speranza.

Sperare non significa sapere che tutto finirà bene. Una promessa del genere nessuno può farla.

La speranza, invece, può suonare così: oggi facciamo ciò che possiamo. Oggi ci sono delle cure. Oggi qualcuno mi sta accanto. Oggi posso fare una domanda al medico. Oggi posso avere paura e muovere comunque il prossimo passo.

A volte la speranza è enorme. Altre volte ha appena le dimensioni della giornata da affrontare.

Come psicologa, il mio compito è avere fiducia nelle persone che si rivolgono a me e aiutarle a ritrovare un po’ della stabilità che possono aver perso durante le cure. La speranza e la fiducia nelle persone vicine a volte danno la forza di affrontare un altro giorno. Ma non sostituiscono il trattamento medico né determinano la prognosi.

Quello che ogni adolescente dovrebbe ricordare

Se il cancro è entrato nella tua vita, che riguardi te, un amico, tua madre, tuo padre, un fratello o una sorella, non deve diventare tutta la tua identità.

Puoi avere paura. Arrabbiarti. Piangere. Non voler parlare. Fare domande difficili e chiedere aiuto. Ridere. Innamorarti. Fare progetti. A volte dimenticarti della malattia. Continuare a vivere.

Una delle cose più importanti è smettere, poco alla volta, di domandarti: «Che cosa ho fatto di sbagliato per provocare tutto questo?».

E cominciare invece con altre domande:

  • Che cosa mi sta succedendo adesso?
  • Che cosa posso davvero controllare?
  • Che cosa non posso controllare?
  • Di quale aiuto ho bisogno?
  • Che cosa conta davvero per me?
  • Che cosa, anche di piccolo, posso fare oggi?
  • Come voglio trascorrere questa giornata?

Non possiamo mettere al sicuro ogni aspetto della nostra vita.

Non esiste un contratto da firmare con la vita che garantisca: se mangeremo nel modo giusto, non ci arrabbieremo mai, risolveremo tutti i conflitti dell’infanzia, penseremo positivo e faremo ogni controllo, non ci accadrà nulla di brutto.

Un contratto del genere non esiste.

Quello che possiamo fare, invece, è prenderci cura del corpo, affidarci alla medicina moderna, ridurre i rischi conosciuti, chiedere aiuto. Possiamo occuparci delle nostre paure e dei conflitti interiori, costruire relazioni in cui sia possibile parlare con sincerità, imparare a reggere le emozioni difficili senza passare la vita a fuggirle. Senza trasformare la malattia in una colpa, la prevenzione in un’ossessione o la persona malata soltanto in un paziente. E senza vivere nell’attesa continua di una catastrofe.

La salute non è una promessa su ciò che accadrà domani.

Il benessere psicologico comprende anche questo: restare in contatto con se stessi, con gli altri e con la vita, perfino quando non possiamo controllare ciò che accade.

Se sei un adolescente e il cancro ha fatto irruzione per la prima volta nel tuo mondo, forse hai bisogno soprattutto di sapere una cosa: non devi spegnere ciò che provi, né smettere di avere paura, per continuare a vivere.

HAI IL DIRITTO DI AVERE PAURA. HAI IL DIRITTO DI NON SAPERE CHE COSA ACCADRÀ. HAI IL DIRITTO DI AVERE BISOGNO DI AIUTO E DI CHIEDERLO. HAI IL DIRITTO DI SPERARE.

E DI CONTINUARE A VIVERE, NONOSTANTE TUTTO.

Ti abbraccio, Irina Pavlova, psicologa e autrice di Mike’s Balance.

Fonti scientifiche

Le fonti che seguono documentano le informazioni mediche e le raccomandazioni di sicurezza. Le osservazioni e le interpretazioni psicologiche di Irina Pavlova non vanno confuse con i risultati degli studi citati.

  1. NCI: Stress e cancro
  2. American Cancer Society: emozioni e atteggiamenti influenzano il cancro?
  3. NCI: come parlare ai figli del proprio cancro
  4. NCI: sostegno ai fratelli e alle sorelle di un bambino con il cancro
  5. NCI: scheda informativa sui test genetici
  6. Kjærvik & Bushman (2024): metanalisi sulla gestione della rabbia, 154 studi
  7. NHS: ansia per la salute
  8. NHS: dove chiedere aiuto in caso di autolesionismo
  9. American Cancer Society: attività fisica durante le cure oncologiche

Questo articolo parla di sostegno psicologico e non sostituisce i consigli del medico curante o di un professionista della salute mentale. Se la vita di qualcuno è in pericolo immediato, chiedi aiuto ai servizi di emergenza.